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NOTIZIE DALLA RETE
(A cura di Santo Giancotti e Manuel Mantuano)
Le notizie di venerdì 27 gennaio
UN
MASSIMO SOTTO TONO: Per il Sole è
il momento di tornare al massimo della sua attività. Brillamenti e
tempeste solari stanno aumentando di intensità ma chi si aspetta
qualcosa di clamoroso resterà deluso. Anzi, il nuovo massimo
potrebbe risultare sotto la media. E pensare che pochi anni fa
alcune previsioni preannunciavano una supertempesta solare per la
fine del 2012. Previsioni non attendibili perché al momento non
abbiamo sviluppato un modello affidabile che ci permetta di
calcolare l'intensità dei cicli solari nel lungo periodo. A
funzionare bene sono invece i modelli per le previsioni a breve
termine. Per questo solo ora possiamo dire cosa accadrà da qui ad
un anno. Il nuovo massimo solare ci sarà ma verso febbraio del 2013
e si preannuncia deludente, forse il meno intenso degli ultimi 80
anni.

Il Sole visto agli ultravioletti
IL DISCO INSOLITO:
Intorno a una stella, a circa 700 anni luce da noi, c’è un disco di
gas e polveri. È un disco protoplanetario, rappresenta cioè la fase
precedente a quella che porterà alla formazione di nuovi pianeti. Un
caso interessante, ma apparentemente solo uno dei tanti già
individuati. Tuttavia, dallo studio di questa sorta di grande
ciambella è emerso qualcosa di insolito in merito a uno dei suoi
ingredienti. Il monossido di carbonio che normalmente si trova
distribuito in maniera uniforme, in questo caso si trova concentrato
in anello sottile all’interno del disco stesso. In precedenza non
era mai stato osservato nulla del genere: questo caso solleva
parecchi interrogativi. Questa distribuzione tanto insolita potrebbe
essere legata al forte campo magnetico della stella che in qualche
modo intrappola il monossido di carbonio. Forse è un caso unico o
forse è soltanto raro: in ogni caso apre un nuovo panorama sullo
studio dei meccanismi che portano alla formazione dei pianeti.

Disco Protoplanetario
LE DUNE DI TITANO:
A prima vista sembrano le dune sabbiose di uno dei nostri deserti.
Invece, le immagini riprese dalla sonda Cassini, mostrano dettagli
della più grande fra le lune di Saturno. Il 13% della superficie di
Titano è infatti coperta da dune. Circa 10 milioni di chilometri
quadrati di paesaggio che gli amanti della fantascienza possono
immaginare simili a quelli visti sul pianeta Arrakis, del film Dune.
Ma le somiglianze con i panorami che conosciamo, terrestri o
fantascientifici, si limitano all’aspetto. Le dune di Titano sono
extralarge rispetto ai nostri standard: lunghe centinaia di
chilometri, possono raggiungere i 100 metri di altezza. E la
composizione della loro sabbia è diversa da quella che tipicamente
si trova sulla Terra: niente silicati ma idrocarburi solidi.
Quindi le apparenze ingannano, le
differenze sono sostanziali, ma fa comunque un certo effetto vedere
le dune di un altro mondo.

Le
bizzarre dune di Titano
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Le notizie di
venerdì 20 gennaio
L'AMMASSO CHE OSPITO' IL SOLE: Il Sole
potrebbe essersi formato in un ammasso di stelle per poi venirne
espulso? L'ipotesi è credibile perché buona parte delle stelle si
formano negli ammassi. Il candidato ideale risulta M67, che per età,
distanza dal centro galattico, dinamica e composizione chimica
sembrerebbe essere proprio il luogo di origine della nostra stella. Per
stabilire come sono andate le cose, gli astronomi, compresi alcuni
ricercatori di Padova, hanno utilizzato il telescopio LBT in Arizona per
misurare i moti dell'ammasso, ricostruirne le orbite seguite nel passato
e verificare se hanno mai incrociato le orbite del Sole. Risultato: il
Sole è passato vicino a M67 ma a velocità tali da escludere che ne abbia
mai fatto parte e tantomeno che ne possa essere stato espulso. Ma se M67
non è più il candidato favorito, su quale insieme di stelle conviene
puntare? Forse su nessuno, dicono gli astronomi, perché l'ammasso nel
quale si è formato il Sole probabilmente si è disgregato da tempo per
effetto delle intense forze gravitazionali presenti nella Galassia.

Sole e macchie solari
UN BUCO NELL'ACQUA: Avrebbe dovuto essere in
viaggio verso Marte, e invece ora si trova nelle profondità dell’Oceano
Pacifico, dove è precipitata il 15 gennaio intorno alle 18.45, ora
italiana. È finita così, un grosso buco nell’acqua a 1000 km dalle coste
del Cile, una missione che non aveva neppure fatto in tempo a iniziare,
quella della sonda russa Phobos-Grunt. Qualcosa era andato storto subito
dopo il lancio, avvenuto lo scorso 8 novembre: Phobos-Grunt si era
posizionata su un’orbita più bassa rispetto a quella stabilita. Questo
l’ha condannata a rimanere per un periodo intorno alla Terra prima di
precipitare in maniera incontrollata. Un ritorno a casa non
particolarmente gradito visto che la sonda era grande come un autobus e
con 7 tonnellate di carburante, ma che fortunatamente non ha provocato
danni. Quello di Phobos Grunt resta però un fallimento di quelli da non
che non si devono ripetere. Ancora non è chiaro cosa esattamente non
abbia funzionato: le indagini sono in corso e risultati verranno
notificati il 26 gennaio.

I DUE CUORI DI ANDROMEDA: Recentemente il
telescopio Hubble è tornato a puntare lo sguardo sulla galassia della
porta accanto, M31, la Galassia di Andromeda, realizzando un’immagine
estremamente dettagliata della sua parte centrale. Ciò ha permesso di
osservare meglio una scoperta fatta nel ’92, sempre grazie al telescopio
orbitante, ovvero il “doppio nucleo” di M31. Nell’immagine, infatti,
oltre al nucleo effettivo, formato da un ammasso compatto di stelle blu,
è facile distinguerne un altro, un gruppo di stelle rosse. In realtà si
tratta di una sorta di illusione: le stelle rosse ci sono davvero, ma
non sono ammassate in quel punto. Semplicemente percorrono delle orbite
più larghe, che contengono l’ammasso blu e quando raggiungono la massima
distanza dal centro della galassia, rallentano il loro cammino dando
l’illusione di aver formato un ingorgo. Sembra che Andromeda abbia due
cuori, ma quello vero è blu e non rosso.

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Le notizie di venerdì 13 gennaio
SCONTRO ESPLOSIVO: Dopo oltre 40 anni, è forse risolto il mistero delle supernovae di tipo Ia. Sino ad ora c'erano molti dubbi sull'origine di queste
esplosioni stellari. Secondo il modello teorico più diffuso, alla base c'è una
stella che si accresce sempre più, attirando a sé il gas di una stella compagna,
tipicamente una nana bianca, sino a superare il limite oltre il quale esplode
violentemente. A cambiare tutto ci ha pensato un team di astronomi che ha
analizzato un'immagine di una di queste supernovae nella Grande Nube di
Magellano, piccola galassia satellite della nostra. L'immagine è stata ottenuta
dal telescopio orbitante Hubble al meglio delle sue capacità e della stella
compagna, o quantomeno di ciò che ne dovrebbe restare, non c'è alcuna traccia.
Per gli astronomi è la prova che questa supernova, e forse più in generale le
supernovae di tipo Ia, non deriva dall'esplosione di una stella che si è
accresciuta a spese di una compagna, ma sarebbe il risultato di un altro evento
cosmico catastrofico: quasi certamente lo scontro tra due stelle nane bianche.

Resto di una Supernova nella Grande Nube di Magellano
UNA NANA BRUNA CON GLI ANELLI?: C’è una stella
simile al Sole a circa 420 anni luce da noi, e c’è qualcosa che le passa davanti
, lungo la nostra linea di vista, ogni 54 giorni. Di scenari come questo, in cui
la luminosità di una stella viene offuscata dal pianeta che le gira intorno, gli
astronomi ne hanno già registrati molti. Questa volta però, l’abbassamento della
luce ha seguito un andamento diverso dal solito, come se la stella venisse
eclissata da qualcosa che non ha la classica forma tondeggiante. I ricercatori
hanno concluso che l’oggetto in questione è circondato da un sistema di anelli:
se si tratta di un pianeta sarebbe simile a Saturno, il primo di questo tipo
scoperto al di fuori del Sistema solare. La sua identità è ancora incerta perché
non ne è stata determinata la massa: nel caso questa risultasse compresa fra le
13 e le 75 volte quella di Giove, non potremmo considerarlo un pianeta ma una
stella mancata, una nana bruna. E in questo caso avremmo scoperto una “signora
degli anelli”.

Nana bruna
UN TURBOLENTO NIDO DI STELLE: Curiosando in quello che possiamo considerare un
nido di infanzia di nuove stelle, il telescopio spaziale Spitzer, sensibile agli
infrarossi, ha fornito immagini di una regione quanto mai turbolenta. Denominata
Cignus X, è una regione della Via Lattea estesa più di 600 anni luce, che ne
dista da noi circa 4500: contiene 10 volte più gas di quanto ce ne sia nella
Nebulosa di Orione, una quantità sufficiente a formare 3 milioni di stelle come
il Sole. Le stelle nascenti, al suo interno, si nascondono in bozzoli di polvere
e sarebbe impossibile vederle con strumenti ottici. Stelle giovani ma già
formate, invece, emettono radiazione e vento stellare che spazzano via polveri e
gas e creano delle grandi bolle vuote. Cignus X è quindi una sorta di grande
nube che ribolle, con aree che si fanno più rarefatte e altre che, diventando
più dense, arrivano ad accendere nuove stelle al loro interno. È probabile che
la maggior parte delle stelle, fra cui forse anche il nostro Sole, abbia
trascorso l’infanzia in un ambiente simile, poi dissipatosi nel corso del tempo,
destino che, in un remoto futuro, attende anche Cygnus X.

Cygnus X3
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Le notizie di venerdì 25 novembre
NEUTRINI, CASO APERTO: I neutrini continuano a viaggiare più veloci della luce.
La conferma viene dopo nuovi test e sempre da parte dei ricercatori che lo
scorso settembre avevano dato la clamorosa notizia. Allora risultò che i
neutrini, sparati dal Cern di Ginevra, avevano raggiunto i ricevitori del Gran
Sasso con 60 miliardesimi di secondo di anticipo rispetto al tempo impiegato
dalla luce, superando così un limite ritenuto invalicabile dalla fisica attuale.
La conclusione aveva scatenato molte reazioni contrapposte. Ora è il momento dei
risultati dei nuovi test. Questa volta sono stati 20 i neutrini che hanno
percorso nel sottosuolo i 700 chilometri che separano Ginevra dal Gran Sasso.
Poca cosa rispetto alle 16.000 particelle dell'esperimento precedente ma più
energetici, e quindi più facili da seguire. Anche questa volta le misure hanno
detto che i neutrini sembrano viaggiare più veloci della luce. Tuttavia la
cautela è d'obbligo: molti ricercatori preferiscono attendere la prossima fase
di esperimenti prima di esprimere il loro consenso. Solo allora sapremo se la
fisica va riscritta, se va solo ritoccata o se va lasciata così com'è.

Cern
STORIA DI UNA TEMPESTA: Osservare e riosservare la più imponente tempesta
verificatasi su Saturno negli ultimi 20 anni, dall’inizio alla fine. È possibile
grazie ai dati raccolti dalla sonda Cassini che, a partire da dicembre dello
scorso anno, ha tenuto d’occhio l’emisfero nord del pianeta realizzando numerose
immagini. Quella che inizialmente era una piccola turbolenza del gas, visibile
come una macchia di modeste dimensioni, si è ingigantita nel corso dei mesi
successivi. Come una enorme pennellata, che da nord a sud si è estesa per 15.000
Km, questo violento rimescolamento gassoso si è allungato fino ad abbracciare,
in latitudine, l’intero pianeta con una estensione totale di 5 miliardi di
chilometri quadrati. Ora le acque, o meglio il gas, si stanno calmando, ma il
fenomeno è stato interamente registrato e può essere studiato nel dettaglio.
Dall’analisi dei dati, si può concludere che la tempesta, per le sue dinamiche,
è più vicina a un’eruzione vulcanica che alle turbolenze atmosferiche così come
noi le conosciamo. La Cassini, fino al 2017, continuerà a monitorare altri
cambiamenti atmosferici, anche di tipo stagionale.

Saturno
UNO SGUARDO A IPERIONE: Quando la sonda Cassini distoglie lo sguardo da Saturno,
ha l’imbarazzo della scelta: fra lune e anelli, c’è qualcosa di interessante in
ogni direzione. Ad agosto di quest’anno aveva rivolto l’attenzione a uno dei
tanti satelliti del gigante gassoso: Iperione. Dalla forma irregolare e
l’aspetto che può ricordare una spugna pietrificata, questo pezzo di roccia
raggiunge i 270 Km di diametro e percorre la propria orbita “rotolando”. In
altre parole ruota su sé stesso, ma senza mantenere il proprio asse in una
direzione costante. Le recenti immagini della Cassini, ottenute da una distanza
di circa 58.000 Km, offrono una visione molto dettagliata della superficie di
questa bizzarra luna, della sua forma globale, ma anche del suo modo di ruotare.

Iperione
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Le notizie di venerdì 11 novembre
UN BRUTTO INIZIO: Ancora un duro colpo per l'Agenzia Spaziale Russa. La sonda
Phobos-Grunt si trova su un’orbita sbagliata e se non si riuscirà a rimediare in
breve tempo il suo viaggio sarà terminato prima ancora di cominciare. La sonda
dovrebbe raggiungere Phobos, una delle due piccole lune di Marte. Dopo aver
orbitato per qualche mese attorno al satellite, Phobos-Grunt dovrebbe scendere
sulla superficie, prelevare 200 grammi del suolo, rinchiuderli in una capsula e
spedirla verso la Terra. Da qui viene il nome della missione: grunt in russo
significa “suolo”. Qualcosa però è andato storto durante il lancio. Il sistema
di propulsione principale non si è acceso e ora la sonda si trova su un'orbita
più bassa rispetto a quella necessaria per poter essere lanciata verso lo
spazio. Le prossime ore saranno decisive per capire se è possibile rimediare in
extremis.

MAGNETISMO LUNARE: A differenza della Terra, la Luna non ha un campo magnetico:
in altre parole, se dovessimo andare in viaggio da quelle parti, potremmo
lasciare a casa la bussola. Sulla superficie del nostro satellite tuttavia, sono
presenti delle rocce magnetizzate: come si spiega la loro presenza? I risultati
di uno studio recente ipotizzano che in passato, quando la Luna girava intorno
alla Terra su un’orbita molto più stretta rispetto a oggi, fosse anch’essa
avvolta da un proprio campo magnetico. A generarlo sarebbero stati i movimenti
interni delle masse fluide del nucleo che si strofinavano contro il mantello
lunare. Questi movimenti sarebbero stati a loro volta una conseguenza della
vicinanza alla Terra. Il nostro pianeta, infatti, avrebbe avuto una forte
influenza gravitazionale sulla Luna, generando una sorta di maree solide e
mandando fuori sincronia la rotazione del mantello e del nucleo attorno all’asse
lunare, di qui gli strofinamenti interni che avrebbero acceso una sorta di
dinamo. Con il successivo e progressivo allontanamento dalla Terra, questi
effetti si sarebbero indeboliti fino a portare allo spegnimento del campo
magnetico.

OBIETTIVO-STELLE DI NEUTRONI: La NASA deve ancora effettuare un’ultima
selezione, ma se fra le missioni candidate sarà quella denominata NICER ad avere
la meglio, significa che potremo saperne di più sulle stelle di neutroni. Si
tratta di stelle piccole, di dimensioni paragonabili a quelle di una città, ma
talmente concentrate che un cucchiaino della loro materia peserebbe, sulla
Terra, circa un miliardo di tonnellate. Nei nostri laboratori non è possibile
sottoporre la materia a pressioni altrettanto elevate, quindi è necessario
puntare direttamente alle stelle di neutroni con tecniche di osservazione che
permettano di dedurre le loro condizioni interne. NICER è uno strumento composto
da 56 piccoli telescopi sensibili alla radiazione X tipicamente emessa da questi
oggetti. Verrà lanciato in orbita e agganciato alla Stazione Spaziale
Internazionale, sempre se la NASA deciderà di puntare proprio sulle stelle di
neutroni.
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