NOTIZIE DALLA RETE

(A cura di Santo Giancotti e Manuel Mantuano)

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Le notizie di venerdì 26 febbraio
 

COMETA ESPLOSIVA: 17P/Holmes è la cometa che nel 2007 ha sorpreso tutti: si sapeva del suo passaggio, ma nessuno immaginava che sarebbe stata un milione di volte più brillante del previsto. Un aumento di luminosità tanto notevole quanto inaspettato conseguenza di un’esplosione paragonabile a quella di una piccola bomba atomica. Secondo un nuovo studio la colpa è del ghiaccio d’acqua, il principale ingrediente delle comete. Nelle comete, che si sono formate ai confini del Sistema solare, a centinaia di gradi sotto lo zero, la struttura del ghiaccio è del tutto disordinata. A questo ghiaccio amorfo basta raggiungere i -133°C per scaldarsi e cominciare ad assumere l’ordinata struttura cristallina. Questa mutazione può liberare gas imprigionati nel ghiaccio, causare sbalzi di pressione e rilasciare calore, innescando una reazione a catena. Di qui l’esplosiva formazione di crepe sulla superficie e il rilascio di gas e vapore con conseguente aumento della luminosità.
 

 

 

 

Le notizie di venerdì 19 febbraio

SUPERFLASH:
Sono super lampi centinaia di volte più intensi dei comuni fulmini. Appaiono sopra le zone equatoriali e sono noti da 16 anni, ma solo oggi siamo riusciti a determinarne la potenza. Merito delle osservazioni compiute da AGILE, il satellite italiano nato per osservare i fenomeni ad alta energia. I superlampi possono essere un disturbo per gli aerei. Parlare di pericolo è eccessivo, ma il fenomeno va conosciuto più a fondo.



LA VELOCITÀ FA MALE:
Viaggiare a velocità prossime a quella della luce come fanno le astronavi di Star Trek, potrebbe essere letale. Secondo William Edelstein dell’Università Johns Hopkins, negli Stati Uniti, la colpa sarebbe degli atomi di idrogeno presenti nello spazio interstellare. Ce ne sono meno di due per centimetro cubo, davvero pochi se confrontati con i miliardi presenti nello stesso volume di aria che respiriamo. Alle velocità ipotizzate bisogna però tirare in ballo la teoria della relatività di Einstein: per un viaggiatore che si muove a velocità fantascientifiche, gli atomi dello spazio interstellare risulterebbero alquanto più addensati e la navicella in movimento ne sarebbe letteralmente bombardata. Significherebbe essere esposti a una quantità di radiazione che supera di 10'000 volte la soglia letale per l’organismo umano. Neanche lo scafo dell’astronave potrebbe proteggere l'equipaggio.



POLVERE SUGLI SPECCHI:
Gli specchi sulla Luna non riflettono più come dovrebbero. Sono lì da circa 40 anni, posizionati dagli astronauti delle missioni Apollo 11, 14 e 15 e da due missioni robotiche russe. Servono per effettuare misure e test. Gli specchi sulla Luna sono in realtà dei bersagli verso cui puntare dei fasci laser per calcolare la distanza Terra-Luna con estrema precisione e testare la validità della teoria della relatività generale. Il problema è che negli ultimi tempi l’efficienza della riflessione è diminuita: è probabile che sopra gli specchi sia andata a depositarsi della polvere. Sulla Luna non c’è atmosfera e quindi la colpa non è del vento, ma dei piccoli meteoriti che tuttora colpiscono la superficie, sollevando la polvere. Questa si conferma un problema, specie se in futuro verranno piazzati sulla Luna nuovi strumenti.
 

Le notizie di venerdì 12 febbraio

CON L'ITALIA SI CRESCE
: La Stazione Spaziale cresce ancora grazie all’Italia. Lo shuttle Endeavour ha infatti portato in orbita due nuovi moduli: Node-3, detto anche Tranquility, e Cupola. Node 3 contiene sistemi per il riciclaggio dell’acqua e dell’aria, un nuovo bagno e attrezzature per l’esercizio fisico. Cupola è come una grande finestra che permetterà di guardare le operazioni svolte all’esterno, studiare la nostra atmosfera e anche rilassarsi nei momenti di riposo. Con questi due moduli la Stazione è quasi completa per quanto riguarda la parte europea. Eppure il suo futuro è incerto, tanto che si parla di un suo possibile abbandono dopo il 2020.


 

SONDA CASSINI, PROMOSSA: Alla sonda Cassini è stato rinnovato il contratto.
La missione intorno al pianeta Saturno e alle sue lune avrebbe dovuto terminare a settembre di quest'anno, ma la NASA ha deciso di prolungarla fino al 2017. Ancora 7 anni vuol dire poter effettuare altre 155 orbite intorno a Saturno e 54 incontri ravvicinati con Titano, la maggiore delle sue lune. Significa anche avere una possibilità senza precedenti: studiare il cambiamento delle stagioni su un gigante gassoso. Visto che Saturno impiega ben 29 anni a effettuare un giro completo intorno al Sole, anche le stagioni se la prendono comoda. La Cassini osserverà la fine dell'inverno sull'emisfero nord permettendoci di studiare i cambiamenti stagionali del pianeta.


PLUTONE È ARROSSITO:
Nuove immagini ottenute dal telescopio spaziale Hubble rivelano che Plutone è arrossito. Questo pianeta nano, che impiega 248 anni per completare la propria orbita intorno al Sole, viene periodicamente cosparso dalla polvere proveniente da due delle sue tre lune, ma mantiene una colorazione perlopiù rossastra. Questa è dovuta al fatto che il metano ghiacciato presente in superficie si trasforma in un composto rosso scuro una volta colpito dalla radiazione ultravioletta del Sole. Tuttavia, se in oltre 50 anni di osservazioni, l'aspetto di Plutone è rimasto praticamente lo stesso, nel corso dei primi anni 2000 la colorazione rossa si è fatta più intensa del 20-30%. Inoltre l'emisfero nord è diventato più chiaro, mentre quello sud si è scurito. Quali sono i processi che causano questi cambiamenti? Ne sapremo di più nel 2015 quando la sonda New Horizons effettuerà un incontro ravvicinato con Plutone.
 

 

Le notizie di venerdì 8 gennaio 2010

UNA LUNA IMPOLVERATA: Nei suoi 5 anni e mezzo di missione dalle parti di Saturno, la sonda Cassini ha osservato da vicino alcunù delle 61 lune del pianeta con gli anelli. Le immagini ottenute il 26 dicembre scorso riguardano proprio una di queste, Prometeo. Lungo 119 km, questo satellite scoperto nel 1980 ha una forma irregolare e presenta delle caratteristiche insolite che il lavoro della Cassini ha permesso di studiare nel dettaglio.
I bordi e le sporgenze della superficie sono molto arrotondati mentre i crateri da impatto sembrano essere stati in qualche modo riempiti. La spiegazione sta nel fatto che Prometeo descrive un’orbita alquanto schiacciata intorno a Saturno e questa lo porta periodicamente a “tuffarsi” in uno degli anelli del pianeta, l’anello F. Sarebbero stati questi continui incontri con la polvere e i frammenti di roccia ad aver addolcito i bordi di Prometeo.



5 PIANETI IN 6 SETTIMANE: Sono più caldi della lava sciolta, sono dei giganti di gas e percorrono delle orbite molto strette intorno alle proprie stelle:sono i 5 nuovi pianeti extrasolari scoperti dal telescopio orbitante Kepler. Uno di questi ha dimensioni simili a quelle di Nettuno, mentre gli altri sono tutti più grandi o più massicci di Giove, nessuno però è adatto ad ospitare forme di vita. Questi 5 nuovi pianeti sono il risultato del lavoro fatto da Kepler nelle sue prime 6 settimane di osservazioni e dimostrano le enormi potenzialità di questo strumento.

 

Le notizie di venerdì 18 dicembre

Scoperta 'superterra' a soli 40 anni luce da noi

(ANSA) - ROMA, 16 DIC - A 40 anni luce dal nostro pianeta c'e' una 'superterra': e' un pianeta piu' grande della Terra, con una debole atmosfera e ricco di ghiaccio. Il pianeta, che comunque e' molto piu' piccolo rispetto ai numerosi pianeti giganti finora scoperti all'esterno del Sistema Solare, e' descritto su Nature dal gruppo di astronomi guidati dall'americano David Charbonneau, dell'universita' di Harvard, che lo hanno scoperto con un telescopio simile a quelli amatoriali.

 

Le notizie di venerdì 27 novembre


CYGNUS X3


IMPREVEDIBILE MA NON TROPPO: E’ da 40 anni che cerchiamo di svelare i segreti di Cygnus X-3, un oggetto della nostra Galassia che sprigiona enormi quantità di energia, in apparenza in modo casuale. Proprio questa imprevedibilità aveva messo in difficoltà gli scienziati decisi a spiegare le dinamiche alla base delle forti emissioni energetiche. A fare chiarezza ci ha ora pensato il telescopio spaziale italiano AGILE: ha rilevato per la prima volta emissioni di radiazione gamma che si manifestano con regolarità, sotto determinate condizioni. E così Cygnus X-3 non è più una sorgente galattica imprevedibile. (Per leggere o ascoltare una breve intervista a Marco Tavani dell’INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica: www.cieloblu.it,
n.42 del 27 novembre 2009)

ACCELERANDO SI RIPARTE: Questa volta non è stato lanciato nessun allarme, nessuno ha ripescato lo spauracchio del buco nero fatto in casa e senza tanto scalpore LHC, l’acceleratore di particelle più potente del mondo, è tornato a funzionare. Era stato messo KO a settembre dello scorso anno, a pochi giorni dall’inaugurazione, a causa di un guasto a un contatto elettrico: le riparazioni e le misure applicate perché inconvenienti simili non si ripetano hanno richiesto ben 14 mesi. Ora è tutto a posto, lo scorso 23 novembre LHC è stato attivato e ha fatto il suo dovere accelerando particelle (protoni) e facendole scontrare fra loro. Tra gli obiettivi primari: confermare l'esistenza di particelle che per il momento esistono solo nelle teorie.
 

                        Superficie di Encelado


SBUFFI SUGGESTIVI: A più di 5 anni dal suo arrivo nei dintorni di Saturno, la sonda Cassini continua a superare sé stessa. In questi giorni ha inviato a terra immagini di grande rilevanza scientifica e al tempo stesso estremamente suggestive. Il 2 e il 21 novembre ha osservato da vicino una delle lune del pianeta con gli anelli. Si tratta di Encelado che si distingue per gli sbuffi di vapore d’acqua e ghiaccio che, dalle regioni vicine al polo sud, sembrano protendersi nello spazio come dei pennacchi bianchi. Grazie alle immagini della Cassini è ora possibile osservare queste insolite caratteristiche con un dettaglio che non ha precedenti.

Un "fossile galattico" nella Via Lattea

Si tratta di un sistema stellare dalle caratteristiche sorprendenti: un relitto dell’epoca della formazione della Via Lattea. Se ne sono accorti alcuni ricercatori che, sotto la guida dell’Università di Bologna, hanno deciso di usare un nuovo occhio hi-tech per penetrare le fitte nubi cosmiche che lo avvolgono. Al lavoro hanno preso parte anche alcuni studiosi dell’Istituto nazionale di astrofisica che ha pure collaborato allo sviluppo della tecnologia ottica impiegata.
 

                 La Via Lattea


Si chiama Terzan 5 ed è il primo “fossile galattico” scovato dagli astronomi nel cuore della Via Lattea. Si tratta di un grande e affollatissimo sistema stellare che, a differenza degli altri normalmente popolati da stelle tutte relativamente simili e coeve, risulta invece formato da diverse generazioni di astri, di età e composizione chimica variabili. Potrebbe essere, dicono gli scienziati, quel che resta di un antico sistema proto-galattico 500 volte più grande, che 12 miliardi di anni fa si unì ad altri dando origine, come mattoni primordiali, alla Via Lattea (la nostra galassia).

L’affascinante ipotesi è avanzata questa settimana dalla rivista scientifica Nature che presenta i risultati di una ricerca coordinata dall’astrofisico Francesco Ferraro dell’Università di Bologna (Unibo), che ha visto impegnati anche altri studiosi dell’ateneo emiliano e del locale Osservatorio astronomico Inaf. “E’ stato come se, nell’esaminare attentamente una roccia, ci fossimo accorti di avere in realtà sotto gli occhi il frammento fossile di un essere mastodontico, testimone di epoche remote e prezioso custode di segreti del passato” spiega Ferraro. La diversità delle stelle che compongono Terzan 5 (circa 2 milioni) parla di una storia molto più travagliata e complessa di quanto finora si immaginasse e le differenti concentrazioni di ferro ci dicono che un tempo doveva essere molto, molto più grosso di oggi. Almeno un miliardo di volte il sole. Abbastanza pesante cioè da trattenere le polveri, i gas e i metalli sintetizzati nel corso della sua evoluzione. “Queste caratteristiche fanno sospettare che Terzan 5 sia il relitto di un antico sistema proto-galattico che ha contribuito alla formazione del cuore della Via Lattea”, aggiunge Barbara Lanzoni (Unibo). La scoperta delle caratteristiche di Terzan 5 è così destinata, secondo gli studiosi, a dare più forza alla teoria corrente sulla formazione delle galassie, che le vorrebbe risultato della agglomerazione di sistemi stellari pre-esistenti e già strutturati, con una propria identità e storia, anziché del collasso gravitazionale di un’unica nube di gas.

Il risultato pubblicato da Nature è stato ottenuto grazie ad un prototipo di sistema ottico d’avanguardia, Mad, montato in via sperimentale per pochi mesi su uno dei telescopi più grandi del mondo, il Very large telescope, nel deserto del Cile, gestito dall’Osservatorio europeo del sud (Eso). Uno dei componenti di questo nuovo gioiello hi-tech è stato ideato, realizzato e collaudato da un gruppo di astrofisici delle strutture INAF di Padova e Firenze. Mad, che vede nell’infrarosso e corregge le distorsioni dovute all’atmosfera terrestre, è stato in grado non solo di penetrare la spessa coltre di nubi che oscura la parte centrale della nostra galassia, ma anche di produrre la più grande immagine di Terzan 5 mai ottenuta prima ad una simile risoluzione. È stata proprio questa foto a rivelare, inaspettatamente, la presenza di astri di diverse generazioni. “Ci siamo accorti – racconta Emanuele Dalessandro (Unibo) - che c’erano almeno due distinte popolazioni di stelle: un gruppo più luminoso con un’età di circa 6 miliardi di anni, ed uno più numeroso e meno brillante, di 12 miliardi di anni”. Non è la prima volta che Terzan 5 viene indagato dagli astronomi, ma l’esistenza di queste popolazioni “multiple” era finora sfuggita a tutti, anche ad osservazioni effettuate con l’Hubble space telescope. “E’ stato solo grazie alla straordinaria qualità e grandezza dell’immagine ottenuta con Mad che siamo stati in grado di identificare questa doppia famiglia stellare. Speriamo adesso che gli enti europei continuino la sperimentazione di questi prototipi capaci di strappare preziose immagini anche alle regioni più inaccessibili dello spazio” aggiunge Alessio Mucciarelli (Unibo).

Grazie ai colleghi statunitensi coinvolti nella ricerca, gli scienziati bolognesi sono ricorsi anche alla potenza dei 10 metri di diametro del telescopio Keck situato sulla cima del vulcano Mauna Kea alle isole Hawaii. “Queste ulteriori osservazioni ci hanno permesso di misurare immediatamente la composizione chimica delle due popolazioni stellari e di scoprire che esse differiscono anche nel contenuto di metalli!” commenta Livia Origlia (Inaf – Osservatorio astronomico di Bologna).

Come molte scoperte, anche questa è arrivata quasi per caso. “In realtà – ammette Ferraro - Terzan 5 ci interessava per la sua elevata popolazione di pulsar, che sono stelle di neutroni molto dense, resti di supernove ormai estinte”.

“La nostra scoperta aggiunge un tassello importante al complesso puzzle della formazione della Galassia e apre la caccia ad altri sistemi stellari “fossili” che potrebbero essere ancora nascosti nelle nubi impenetrabili del cuore della Via Lattea. In questi oggetti, come in Terzan 5, e’ scritta la storia della formazione delle strutture cosmiche nell’universo appena nato” conclude Ferraro.


Il team di ricerca
Sono 12 gli scienziati che hanno contribuito alla scoperta. Nutrito il gruppo italiano: oltre a Francesco Ferraro, che ha coordinato il lavoro, ci sono Barbara Lanzoni, Emanuele Dalessandro e Alessio Mucciarelli, tutti del Dipartimento di astronomia dell’Università di Bologna. Ad essi si aggiungono altri due giovani: Giacomo Beccari dell’Agenzia spaziale europea e Elena Valenti dell’Osservatorio europeo del sud, anche loro però cresciuti nei laboratori dall’Alma Mater. Altri tre ricercatori bolognesi dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf): Livia Origlia, Michele Bellazzini e Gabriele Cocozza. Coi nove italiani hanno lavorato anche tre studiosi americani: Mike Rich della Los Angeles University, Robert Rood della Virginia University, e Scott Ransom dell’Osservatorio nazionale di radio astronomia della Virginia.

Referenze studio:
“The cluster Terzan 5 as a remnant of a primordial building block of the Galactic bulge” Nature, 26 novembre 2009, by Francesco Ferraro et al.

Uff. stampa Unibo: Luigi Valeri, tel. +39 051 2099 232, cell. +39 335 310655, luigi.valeri@unibo.it
Ufficio Stampa Inaf: Marco Galliani, tel. +39 06 355 33 390, cell. +39 338 66 18 041, comunicazione@inaf.it

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L'esplosione gigantesca di una stella ha illuminato per la prima volta l«'Universo buio»: è avvenuta circa 13 miliardi di anni fa, in un universo giovanissimo che finora si credeva privo di stelle e immerso nella più completa oscurità. È anche l'oggetto più distante mai osservato finora.
«Si pensava che i primi 800-900 milioni di anni l'universo fosse buio, invece non lo è affatto», ha detto Massimo Della Valle, dell'osservatorio di Napoli dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf). È autore del lavoro insieme a Guido Chincarini, dell'università di Milano Bicocca, e il coordinatore è Ruben Salvaterra, di Inaf e università di Milano Bicocca.
La scoperta da record, pubblicata oggi su Nature, parla tanto italiano, come gli strumenti che hanno visto questa lontanissima luce, la più antica finora accesa nel cosmo: il satellite Swift, nato dalla collaborazione fra Nasa, Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e Consiglio britannico per le ricerche di Astronomia e Fisica delle particelle (Pparc), e il Telescopio Nazionale Galileo dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), nelle isole Canarie. Il primo strumento ha visto il lampo e il secondo ha permesso di misurarne la distanza insieme al Very Large Telescope (Vlt) dell'Osservatorio meridionale europeo (Eso) in Cile.
«È la prima volta che vediamo un oggetto illuminare l'universo buio», ha detto Della Valle, che con Chincarini è in Cina, a Shanghai, per presentare la scoperta nel congresso organizzato da Centro Internazionale di Fisica Relativistica (Icra) e Osservatorio di Shanghai nell'ambito dell'Anno Internazionale dell'Astronomia.
Il lampo gamma osservato, chiamato GRB 090423, «è l'oggetto stellare più distante da noi nell'universo», ha osservato l'astrofisico Remo Ruffini, dell'università di Roma La Sapienza e presidente dell'Icra. L'universo buio diventa quindi più piccolo: non 800-900 milioni di anni dal momento del Big Bang, ma solo 630 milioni di anni. E potrebbe facilmente diventare ancora più piccolo: «ora faremo più attenzione agli oggetti che sono appena al di sopra della soglia di osservabilità», ha detto Della Valle.
«Finora abbiamo concentrato l'attenzione su eventi più facili da osservare, ma adesso abbiamo visto che si può arrivare a distanze molto grandi». Anche il satellite Swift promette di fare la sua parte per future osservazioni da record: «recentemente si è deciso di rendere lo strumento ancora più sensibile», ha spiegato Chincarini, responsabile scientifico del satellite per l'Italia. «Quello che abbiamo ottenuto - ha aggiunto - è un risultato molto importante anche per il futuro della missione». A breve, infatti, Swift dovrà affrontare l'esame della Nasa, che dovrà decidere se finanziarlo o meno per i prossimi tre anni: un appuntamento al quale il «cacciatore» di lampi gamma arriva in forma smagliante.

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Gli astronomi confemano che il cielo dell’Antartide è perfetto per poter osservare le stelle, ragion per cui installare un telescopio fra i ghiacci disseminati nel territorio è stato proficuo per lo studio dell’astronomia in quanto l’apparecchiatura quivi impiantato risulta essere in assoluta il migliore del mondo.
Alcuni scienziati hanno proposto di costruire un telescopio proprio nell’Antartide per svolgere approfonditi studi astronomici sfruttando il cielo terso e l’aria calma che ricopre parte del continente. I ricercatori dopo aver effettuato ricerche specifiche sulle turbolenze atmosferiche, al di sopra della stazione di ricerca Dome C, situata a 1670 chilometri dal Polo Sud, hanno scoperto che l’aria è talmente immobile che la luce proveniente dalle stelle più distanti è meno distorta che in un qualsiasi altro punto del pianeta.
L’astrofisico Michael Ashley dell’Università del Nuovo Galles del Sud di Sydney sostiene che Dome C è il miglior sito sulla Terra per sviluppare un eccellente osservatorio astronomico.
Essi hanno scandagliato il cielo mediate l’ausilio di un laboratorio automatizzato, monitorando l’atmosfera fra marzo e maggio, parte del periodo dei sei mesi della notte invernale antartica.
Lo sfarfallio delle stelle è risultato più basso di quello che si sarebbe riscontrato osservando le medesime da un altro punto del globo, anche rispetto a luoghi di altri continenti posti in altitudini di maggiore considerazione

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Le notizie di venerdì 20 novembre

IL GHIACCIO C'E': Sulla Luna c’è ghiaccio d’acqua in quantità ragguardevoli.
E’ la conclusione delle analisi dei dati ottenuti dalla sonda Lunar Crater
Observation: poche settimane fa, preceduta da un componente del razzo di lancio, si era andata a schiantare dentro un cratere lunare in cerca del ghiaccio. Un impatto voluto, come già aveva fatto la sonda giapponese Kaguya. Ma stavolta nessun risultato contraddittorio: il ghiaccio d’acqua c’è, nascosto all’ombra del cratere, a pochi centimetri di profondità. (Per leggere o ascoltare una breve intervista a Tommaso Maccacaro, Presidente dell’INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica: www.cieloblu.it, n.41 del 20 novembre 2009)

L’ATMOSFERA PERDUTA: C’era una volta, circa quattro miliardi di anni fa, un pianeta tiepido e umido con fiumi e mari, avvolto da una spessa atmosfera.
C’era una volta Marte che, secondo alcuni scienziati, in passato potrebbe avere ospitato forme di vita elementari come i microbi. Avrebbe potuto diventare il nostro vicino di casa abitato e invece non è andata così. Per cercare di capire perché il pianeta abbia perso gran parte della propria atmosfera diventando un deserto rosso, la NASA spedirà una sonda ad indagare. Si chiama MAVEN e, una volta in orbita intorno a Marte lo studierà con attenzione proprio da questo punto di vista. Al momento esistono varie possibili spiegazioni: c’è l’ipotesi che sia stato il vento solare a “soffiare” via l’atmosfera oppure che l’anidride carbonica sia stata assorbita dal suolo. Tuttavia non ci sono certezze, ci penserà MAVEN a fare luce sull’atmosfera perduta.

ALTRO CHE SPIRITO LIBERO: In questi giorni i tecnici della NASA proveranno a fare uscire il rover americano Spirit dalla trappola di sabbia in cui si è bloccato mentre esplorava la superficie di Marte. Il 23 aprile scorso, quando è entrato nel cratere di 8 metri pieno di sabbia, una delle sue sei ruote era già fuori uso e le prime manovre per tentare di uscire hanno peggiorato la situazione. Spirit è sprofondato ulteriormente e da allora le operazioni sono state sospese per preparare le strategie di fuga. Anche se il rover rimanesse definitivamente bloccato, potrebbe continuare a produrre dati preziosi: la trappola di sabbia è molto interessante dal punto di vista geologico. Come a dire, se proprio bisogna restare intrappolati, meglio qui che altrove!
 

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UN IMPATTO NIENTE FUMO: L’impatto è avvenuto, ma ha deluso. Ecco in sintesi la reazione dopo che il razzo Centaur, seguito dalla sonda Lunar Crater Observation, si è schiantato dentro un cratere lunare. Un’operazione necessaria per scoprire eventuale presenza di ghiaccio d’acqua.
Pubblicizzata in grande stile dalla NASA, la collisione avrebbe dovuto generare un intenso bagliore, visibile e quindi analizzabile anche dai telescopi a terra. Invece, a malapena la sonda che lo seguiva ha visto una flebile luce. Probabilmente il razzo ha colpito un punto dove il suolo è roccioso e compatto, sollevando così molta meno polvere di quanto ci si aspettasse. In ogni caso l’obiettivo della missione è stato raggiunto.
Adesso si tratta di analizzare la quantità impressionante di dati raccolti, così numerosi da tenere impegnati i ricercatori per due mesi.

CHI HA PAURA DI APOPHIS?: Alla luce di nuovi calcoli, l’eventualità che l'asteroide Apophis possa colpire il nostro pianeta il 13 aprile 2036 è sempre più lontana. Osservazioni recenti effettuate sulla sua orbita fanno scendere le probabilità di un impatto da 1 su 45.000 a 1 su 250.000.
L’asteroide arriverà dalle nostre parti anche qualche anno prima, nel 2029, e qualcuno più tardi, nel 2068. L’ipotesi di un impatto nel 2029 era già stata scartata da qualche tempo, mentre per il 2068 le probabilità sono inferiori a 1 su 300.000. Il nome di Apophis non è più sinonimo di pericolo ma di opportunità. Osservarlo e studiarlo da vicino permetterà ai ricercatori di conoscere più a fondo la natura degli asteroidi.
 


LA NASA E I MAYA: La fine della civiltà che per 1200 anni dominò il centro America è diventata argomento di studio per un gruppo di ricercatori finanziati dalla NASA. Stando ai risultati ottenuti, intorno all’epoca della scomparsa, quelle regioni sarebbero state colpite da una devastante siccità.
Questo fenomeno, nelle ipotesi dei ricercatori, può essere legato a una insistente e incontrollata attività di deforestazione da parte dei Maya. Le simulazioni effettuate al computer, sfruttando due modelli collaudati per i cambiamenti climatici, confermano il legame deforestazione-siccità mostrando che in assenza di alberi la temperatura aumenta fino a 5 gradi mentre le piogge diminuiscono del 30%. Di certo, la siccità può essere stata solo una delle cause della fine, ma ha sicuramente aggravato problemi sociali già esistenti.